Lettera aperta al ministro della Pubblica Istruzione, Francesco Profumo

Invio una lettera aperta anche a lei, signor Ministro, così come ebbi modo di fare con i suoi predecessori.

In verità, ho atteso prima di indirizzarle un messaggio poiché non riuscivo a comprendere quanto il suo incarico avrebbe potuto reggere: il congelamento del beauty contest/asta frequenze mi rende ottimista per vaticinare una durata del suo mandato fino alla primavera 2013!

Per tempo denunciai la vaghezza programmatica e la lontananza culturale di coloro che l’hanno preceduta, esaltando la necessità di investire nella scuola pubblica, poiché gridavo l’evidenza dell’indissolubile connubio esistente tra cultura e ricchezza di un Paese. Inascoltato grido, infatti l’ultimo decennio della politica italiana è stato impegnato per tagliare l’investimento dello Stato nella Scuola e nella Ricerca.

L’operazione dell’ultimo ministero è stata così deliberatamente miope da svelare il rozzo attacco politico alla classe docente, rea di non essere filogovernativa –secondo i sondaggi, strumento principe della politica che ha caratterizzato la seconda repubblica-.

Gentilissimo Ministro Profumo, la classe docente italiana si aspetta molto dalla sua ‘egida’! Lei, signor Ministro, gode dell’autorevolezza necessaria per modificare il mondo della formazione anche con una serie di interventi a costo zero, lì dove maggiormente urge svecchiare il sistema.

Innovazione importante, al momento impossibile, sarebbe l’attuazione di un modello didattico e docimologico per competenze –basato sul deweiano learn by doing-, irrealizzabile senza un piano di investimenti che rivoluzioni gli strumenti, i luoghi del fare scuola, e il rapporto numerico docenti-studenti.

Sembra, che dal mondo anglosassone si voglia importare soltanto l’abolizione del valore legale del titolo di studio. Comprendo il modello liberale e i condizionamenti politici che ispirano tale idea, una sana concorrenza tra pubblico e privato otterrebbe quale frutto maturo lo svecchiamento degli studi; si attuerebbe l’interconnessione tra enti formativi, industria e territorio; la redistribuzione saggia e l’aumento delle risorse per la ricerca provenienti dal mondo delle imprese; l’esplicitazione dei valori e delle competenze della classe docente; una variegata offerta di professionalità formate e rese appetibili dall’osmosi col mondo produttivo.

Ebbene, lei crede che tale processo di liberalizzazione darebbe frutti sani in Italia –facili le battute su taxi o altro-? Benché al momento sia ancora necessario l’imprimatur ministeriale per accreditare una laurea, il parterre italiano delle università cosiddette private –ricevono fondi pubblici!- non evidenzia eccellenze. La mancanza di controllo nel nostro Paese produce solo una corsa al ribasso e al risparmio delle offerte -nei diplomifici, un domani anche capaci di lauree prêt-à-porter!-.

Con una laurea senza valore legale, l’accesso alle professioni non dovrebbe essere comunque oggetto di valutazione? Significherebbe dare più peso alle lobby e agli ordini professionali; altrimenti dovremmo immaginare che medici, ingegneri e filosofi debbano costruire sul campo la propria attendibilità lavorativa, alché avremmo non solo un proliferio di lauree telematiche ma anche di azzeccagarbugli!

Eliminare il valore del titolo di studio e liberalizzare la professione docente, trasformando gli insegnanti italiani in un esercito di mercenari forti di uno sponsor che li renda appetibili per Scuole e Università; assecondare il mercimonio di titoli senza controllo –a ognuno il suo in virtù del potenziale economico familiare-; alimentare surrettiziamente il numero dei laureati per rispettare le medie europee; deresponsabilizzare lo Stato rispetto allo standard formativo garantito per i suoi cittadini e professionisti: questo il solco da lei ereditato, la strada tracciata dai predecessori.

Ministro, il vero decisivo cambiamento si potrebbe ottenere responsabilizzando e (ri)formando la classe docente, ruolo a cui chiamare i migliori; la carriera del docente non è ritenuta appetibile a causa di una gavetta indecorosa e sfruttante, al termine della quale si guadagna uno standard di paga, riconoscimento pubblico e carriera, di livello bassamente impiegatizio; tali limiti sono riconosciuti dallo Stato che non pretende migliore qualità dai suoi insegnanti, proprio perché consapevole di non offrire molto.

Signor Ministro, occorrerebbe, divenendo impopolari –si sa, è lo sport del governo del quale fa parte-, attuare una (ri)valutazione di tutti i docenti almeno sulla base dei titoli in carriera, delle pubblicazioni, dei viaggi certificati, delle progettazioni, se non addirittura costringere al refresh della propria laurea e alla valutazione degli studenti. La propria valutazione dovrebbe essere il primo onere accettato dal valutatore, e tale impegno dovrebbe servire per gerarchizzare le professionalità, i meriti e i riconoscimenti economici. Nella classe docente italiana i livelli e le competenze, anche se fortemente sperequati, sono stati appiattiti e non premiati affatto; le menti migliori sono state demotivate.

Signor Ministro, Le si chiede una nuova via, affinché il talento sia stimolato e non sostituito dal nepotismo.

Signor Ministro, Le si chiede di costruire l’autostima nella classe docente italiana –e dell’immaginario collettivo su di essa-.

Signor Ministro, Le si chiede di restituire dignità alla Cultura dell’Essere sostituita da qualche lustro, grazie a cattivi maestri, con quella del Fare e dell’Avere –con qualsivoglia mezzo-.

Signor Ministro, i suddetti obiettivi potrebbero restituire alla Scuola italiana la forza per formare e selezionare nuove generazioni capaci, responsabili e costruttrici di benessere sociale, nuove classi dirigenti di cui la parte sana del Paese non debba vergognarsi.

Nicola Tenerelli
Ordinario Storia e Filosofia,
Liceo Cartesio, Triggiano (BA)
www.nicolatenerelli.it
nicolatenerelli@filosofiadellarelazione.it

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