Lettera aperta al ministro della Pubblica Istruzione, Maria Stella Gelmini

Gentilissimo ministro,

il clima estivo ha reso limpido il progetto che lei incarna dal momento in cui è giunta la sua nomina. Maggiore disciplina per gli studenti. Tagli alla spesa che colpiscono i docenti. Ha sconcertato l’opinione pubblica con il suo Editto di Bolzano, chiamiamolo così, secondo il quale saremmo in presenza di una bassa qualità professionale dei docenti del sud, che andrebbe compensata con corsi ad hoc di riqualificazione (pubblicato dalla testata Canale 5 Mediaset il 24-08-08 ore 13.00).

 

§          Consideriamo l’Editto: prese ipoteticamente sul serio le affermazioni da lei espresse, dovremmo chiederle, signor ministro, con quali assunti docimologici sia stata in grado di offrire tale valutazione negativa sui docenti meridionali. Lei potrebbe rispondere che il giudizio è stato traslato –potere commutativo!- dalle somministrazioni di quiz sugli studenti e quindi dalla consequente comparazione dei risultati tra le regioni.
Dovremmo chiedere ancora al ministro: se è a conoscenza che l’apprendimento degli studenti è contestualizzato al sistema sociale in cui vivono e condizionato dal reddito della famiglia; se comprende che il rendimento degli studenti nonché l’efficacia dei docenti sono inevitabilmente ridimensionati dal sovraffollamento delle classi; se è stata edotta del fatto che le strutture -laboratori e palestre notoriamente deficitari al sud- contribuiscono alla formazione.
A meno che non sia l’aria del mezzogiorno a rendere i docenti incapaci e fannulloni, almeno inadeguati, poiché i tanti docenti sudisti trasferitisi al nord sembrerebbero mostrare grande efficienza –e questo parrebbe sconfessare qualsivoglia incapacità genetica della classe docente meridionale!-.

Per meritare tali succitati interrogativi, le dichiarazioni bolzanine avrebbero dovuto essere state prese sul serio; e sarebbe stato troppo facile opporvisi denigrandone il ministro relatore, rendendolo oggetto di attacchi personali a causa dei suoi interventi e del suo non ben definito cursus honorum.

Le facciamo soltanto notare, signor ministro, che tale irrazionale giudizio sui docenti del sud, da lei con superficialità offerto alle folle e ai mass media, investe non solo gli insegnanti e la scuola ma la stessa classe dirigente meridionale, figlia di tale scuola e presente nella sua compagine governativa.

 

§          Insufficienza in condotta! Grembiuli! Sospensione del giudizio! Ma sì, accettiamo questo rigurgito romantico di cui si è fatta portavoce, ministro, così giovane e così conservatrice.
Le nuove generazioni parrebbero sempre bisognose di disciplina, agli occhi degli adulti, e in fondo al loro cuore i docenti sanno bene, machiavellicamente, che, malgrado sarebbe bello essere amati e rispettati dai propri studenti, sia più facile esserne temuti: l’importante è ottenere l’obbedienza. Eppoi, basta con l’ipocrisia dei giudizi, arrogantemente protesi a valutare anche la persona e non solo i risultati offerti; il voto numerico indica l’efficienza produttiva che lo studente ha messo in campo, senza offrire spunti alla critica (e ai ricorsi) di padri e madri cresciuti con la pantera (la sua stessa generazione, ministro), pronti ad avallare a colpi di carta bollata le lagnanze dei figlioli contro i docenti per tacitare le proprie inadempienze genitoriali.

Un giro di vite a favore dell’autorità e della insindacabilità della Scuola (e dello Stato) in attesa di recuperare l’autorevolezza nell’immaginario collettivo, ovvero la consapevolezza che la società dovrebbe acquisire sul ruolo e funzione dell’Istituto formativo nazionale e sui suoi rappresentanti.

Autorevolezza: è la parola d’ordine citata in tutti i corsi di psicopedagogia e didattica, è il must a cui ogni docente deve tendere. La tradizione ci ha tramandato che il migliore complimento per un insegnante sia definirlo chiaro, anzi, chiarissimo. Si sa, i tempi cambiano, pertanto il docente autorevole sembra prendere il sopravvento su quello chiarissimo.
Come essere docenti autorevoli? Per essere autorevoli non basta avere una laurea, un biennio specialistico di studi, concorsi vinti e qualche tempo di gavetta (da precario, rimbalzato da una sede di lavoro all’altra, sempre a disposizione per lavorare magari solo pochi mesi all’anno oppure gratuitamente come cultore della materia).
Autorevolezza: tanti consigli nessuna ricetta: non è sufficiente essere molto preparati, non basta essere impegnati, giammai divenire amico degli studenti, non imporsi severamente, non mostrarsi troppo disponibili, non essere duri. Bisogna essere empatici, avere comunicazione sicura, mostrarsi comprensivi, considerare ogni studente una persona, rapportarsi a ognuno in modo precipuo, variare la didattica, conoscere la gergalità e le mode giovanili, recuperare le esigenze della contemporaneità, saper interessare gli studenti. In sintesi, per risultare autorevole, il docente deve mostrarsi sicuro di sé, diplomatico, affabulatore, un po’ sofista, al passo con i tempi e le esigenze dei giovani, bravo a catturare la loro fiducia, a entrare nel loro immaginario, mostrandosi capace e dinamico, abile nel dare convincenti risposte. Il docente autorevole cattura il consenso. Un docente un po’ politicante. E per la chiarezza non c’è più posto.

Il docente autorevole dovrebbe possedere una cultura trasversale e mimetica; preparato nella sua disciplina, ottimo comunicatore, sottile conoscitore dell’indole umana, e giovanile, sorridente, motivato, trainante, anche convincente, capace di ogni linguaggio multimediale, conoscitore delle lingue straniere, forte di energia da trasmettere, magari elegante e fascinoso. E non basta ancora, poiché è necessario che gli studenti sappiano riconoscere tali qualità; anzi, i giovani devono accettare che tali qualità riconosciute si incarnino in un paradigma plausibile.
Il docente autorevole deve assurgere a modello per lo studente. Questo è lo step che mette in crisi il sistema docenziale nel panorama italiano: l’autorevolezza tanto faticosamente raggiunta dal docente può servire per farsi ascoltare e amare: non basta per essere riconosciuto come modello vincente e quindi imitabile.

Purtroppo, anche il docente più autorevole non è punto di riferimento esistenziale per i giovani: il sistema lo ha reso debole e inappetito, favorendo modelli di riferimento quali la velina o il calciatore, ricchi e contesi, sorridenti e telegenici. La persona-ruolo del docente non è una figura che l’immaginario collettivo considera di successo, punto di riferimento. Il docente non va in Tv, non può permettersi di essere elegante, molto spesso non riesce a produrre effetti speciali per essere ascoltato!

L’autorevolezza piena appare quindi improponibile, ma, grazie al ministro, con il potere del voto in condotta, si recupera almeno l’autorità, in attesa che la figura del docente ritorni, come un tempo, ai vertici della considerazione istituzionale, per riverberare con la dignità riconquistata nella società e tra gli studenti.

 

§          L’esaltazione dello scientismo e della tecnica è il trait d’union dei programmi scolastici della sua compagine governativa, signor ministro. Il learn by doing deweyano dovrebbe superare il modello montessoriano-piagettiano (rivisitato in chiave catto-idealista) della scuola italiana. Per meglio dire, le tre i (impresa, inglese, internet) debbono divenire portanti, assieme alle discipline scientifiche, per la formazione delle giovani menti. Si potrebbe opporre che il vecchio metodo psicopedagogico ha prodotto l’originalità dell’ingegno italico non solo nell’arte ma anche nella ricerca scientifica. Accettiamo, però, di volerci incamminare sul solco della strategia formativa anglosassone; imparare-facendo è uno slogan che sottende a una scuola più pragmatica, attiva, dinamica: con tale metodo, le giovani menti imparano ricostruendo le esperienze che inducono il sapere, allontanandosi dalla teoria e dall’erudizione per scoprire con le proprie mani i segreti della natura (avvicinando allo scientismo e al calcolo causale, in apparenza vincenti su ogni umanesimo, divenuto utopistico da lungimirante qual era).

Unica concessione all’umanesimo, ministro, è la sua apertura verso l’insegnamento della Costituzione, proprio in un periodo in cui è oggetto di revisione. Si badi che la Carta costituzionale italiana non è il risultato della volontà di un leviatano quanto la corrispondenza di omogeneità programmatica ed etica dei Costituenti, pertanto deve essere calata nel processo storico (anche esso da insegnare agli studenti) che la ha prodotta.

E sia il modello anglosassone! Che i nostri figli imparino facendo. Tale risoluzione deve tenere presenti i costi di siffatta scuola, laboratori di tutti i tipi, allungamento dei tempi di scuola-docenza, specializzazione dei maestri (immagini, ministro, quanto tempo in più per far ripetere ad ogni studente un esperimento; e quanti microscopi per mostrare a tutti un vetrino; e portare i giovani a fare stage nelle industrie e nelle fattorie; per non parlare di palestre e attrezzature informatiche). Immaginiamo che il ministro sappia tutto ciò e preveda di investire quanto necessario per realizzare al meglio tale rivoluzione metodologica, che permetta alla scuola italiana di recuperare il gap con le altre nazioni (solo per la scuola secondaria e per l’università; la scuola primaria nazionale sembra già essere tra le migliori a livello planetario).
Al momento, tale progetto futuribile mal si sposa sia con i tagli al personale, sia con la dichiarata volontà di ridurre le ore di tempo-scuola.

 

§          Ministro, non si ponga nella scia di una conclamata strategia politica, che innanzitutto si prefigge di snellire la scuola statale per dare spazio a realtà private nella formazione delle eccellenze, lasciando che scuola e università pubbliche formino mediocre massa lavoro con una cultura minimale, atta ad assecondare le statistiche Ocse; d’altro canto, non si faccia condizionare dai pregiudizi strumentali (come il suo Editto bolzanino lascia presagire), che intendono rappresentare la Nazione irrimediabilmente divisa su qualsivoglia piano sociale –dall’industria alla morale, quindi la scuola e le capacità di professori e studenti-; tali pregiudizi mistificano la volontà di ridefinire tutti gli ambiti del Paese per giustificare ogni futura decisione separatista.
Il campo dell’istruzione non può essere oggetto di tagli alla spesa; tanto meno, terreno di conquista politica e di costruzione del consenso; giammai, contrappasso che un governo intenda pagare al mantenimento cinico e utilitarista del potere.
Investendo nella scuola si crea il futuro e la ricchezza di una nazione.
Un lavoro faticoso, lungimirante, che prefigura tempi lunghi: Ministro, tanto lei è così giovane.

Bari, 24 settembre 2008

Prof. Nicola Tenerelli
www.nicolatenerelli.it

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